Palazzo di Giustizia

Marcello Piacentini,

Palazzo di Giustizia,

1929-1940.

 

Il complesso, nato con l’intento di riunire gli edifici giudiziari cittadini in un’unica sede, sorge lungo corso di Porta Vittoria ed insiste su un’ampia area con un volume a pianta trapezoidale forato da otto cortili di differente estensione. L’edificio progettato da Piacentini, che si occupa sia del progetto architettonico che iconografico, si eleva su quattro piani e due ammezzati. Le facciate marmoree con basamento in serizzo della val Masino, sono caratterizzate dal ritmo serrato delle finestre e dei portali, che consentono l’accesso al palazzo mediante quattro accessi principali ed una serie di ingressi di servizio lungo il perimetro, mentre una torre alta 61 metri si innalza tra via San Barnaba e via Freguglia. Al centro del fronte principale del monumentale complesso, che doveva rappresentare la legge dello stato e il peso della sua autorità, una grande scalinata in diorite scura di Anzola conduce al triplice portale, coronato dall’epigrafe giustinianea - "Iustitia. Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere”, da cui si accede al grande vestibolo di smistamento alto 25 metri.

Il severo progetto architettonico di Picentini si arricchisce grazie alla presenza di un ampio apparato decorativo: cinquantadue artisti collaborano infatti al progetto realizzando centoquaranta opere ispirate alla tradizione artistica romana, ai valori fondamentali della romanitas e humanitas e inerenti al tema della giustizia. Ad opera di Fausto Melotti sono i bassorilievi che ornano i tre portali su via Freguglia e via San Barnaba, ai cui lati sono posti i due bassorilievi di Corrado Vigni. La più grande scultura del complesso, La Giustizia di Attilio Selva, è inserita al centro del cortile d’onore ed è realizzata in porfido rosso. Nell’aula della corte d’appello viene collocato l’imponente trittico composto dai bassorilievi La Giustizia romana di Romano Romanelli, La Giustizia corporativa di Arturo Martini e La Giustizia biblica di Arturo Dazzi. A Leone Lodi sono commissionati i cinque bassorilievi in marmo bianco, da posizionare come sovrapporte per il grande atrio d’accesso alle aule del Tribunale penale, dedicati a cinque episodi legati alla storia politica di Milano. Lodi orchestra un racconto pedagogico, una narrazione per episodi attraverso le epoche. Dei cinque bassorilievi raffiguranti Sant’Ambrogio, la Lega Lombarda, i Visconti con gli Sforza, le leggi fasciste e la formazione dei fasci, l’ultimo andò distrutto dopo il 25 aprile 1945. Nelle sale del Tribunale civile si trovano due affreschi realizzati da Carlo Carrà, dedicati alla rappresentazione della giustizia terrena e di quella divina, intitolati Giustiniano che libera lo schiavo e il Giudizio universale. L'aula della Prima Sezione della Corte d'Assise e d'Appello, caratterizzata da pareti rivestite di onice di S. Quirico d'Orcia e da ampie finestre dalle intelaiature bronzee, accoglie il mosaico di Mario Sironi la Giustizia armata con la Legge, mentre nelle aule delle udienze si trovano sculture e bassorilievi di Ercole Drei, Eros Pellini, Tino Bortolotti, Giovanni Prini, Luigi Broggini, Lucio Fontana. Antonio Maraini firma l’opera la Giustizia cui si sottomette in ginocchio la Colpa posta sul frontale dell'Aula Magna. Di Achille Funi è l’affresco Mosè con le tavole della legge, Gino Severini firma il mosaico I dieci comandamenti, mentre Piero Marussig ne dedica uno a La Giustizia.

DETTAGLI
Corso di Porta Vittoria,