MUSEO SEGRETO - Le Stanze dell'Arte

Dal 4 al 6 marzo 2022 torna l’itinerario MUSEO SEGRETO, dedicato a "Le Stanze dell’Arte".  L'attenzione sarà rivolta alle sedi, palazzi storici o di nuova creazione, che ospitano le diverse istituzioni partecipanti, ci si focalizzerà anche sulle sale espositive, si scopriranno particolari architettonici e decorativi inediti, e allestimenti storici o contemporanei. Si racconterà anche di altre "stanze", perlopiù semplici laboratori, dove l'opera d’arte è stata creata. Una mostra diffusa, quindi, tra realtà e metafora.

Museo Segreto - 2022 2022 2021 2020 2019 2018 2017

Facciata Palazzo Reale di Milano Palazzo Reale

Per l’edizione 2022 Palazzo Reale si propone di riallestire una sala dell’appartamento reale, che vide tra i suoi abitanti Eugenio di Beauharnais, vicere d’Italia in epoca napoleonica, inserendo arredi e oggetti originali del Palazzo Reale recuperati recentemente in diversi depositi del Comune di Milano e della Soprintendenza nell’ambito di un progetto di valorizzazione della storia del Palazzo.

In particolare in una sala dell’appartamento reale verranno inseriti importanti arredi corredati da oggetti di grande rilievo artistico come candelabri e orologi del primo Ottocento.

Questo allestimento temporaneo non ricalca l’esatta disposizione degli arredi nelle stanze del palazzo, che per altro non avevano una collocazione fissa, ma è volto a ricreare l’atmosfera vissuta nel Palazzo che vedeva le sue stanze ricche di preziosi arredi e importanti oggetti d’arte.

Brera, Museo visibile Pinacoteca di Brera

Da alcuni anni una delle parole chiave della Pinacoteca di Brera è trasparenza. Il museo non è più un luogo percepito come austero e inaccessibile, ma si apre allo sguardo del visitatore (anche del meno esperto), esibisce in filigrana i propri meccanismi e il “dietro le quinte” si fa visibile.

Così i depositi diventano non più luoghi oscuri e reconditi, ma spazi che occupano o integrano gli ambienti fruibili del museo, rendendo possibile osservare anche le opere escluse dal percorso espositivo. È il caso delle sale IX e XV, che ospitano le collezioni moderne Jesi e Vitali, mettendole in dialogo con Tintoretto e Veronese, Peterzano e Campi; è il caso soprattutto del grande deposito visibile della sala XXIII dalle cui rastrelliere si affacciano opere valorizzate attraverso una nuova concezione dello spazio museale.

Anche il laboratorio di restauro si è trasformato in una teca di vetro, all’interno della quale le attività conservative sono divenute parte integrante della visita alla Pinacoteca. La luminosa struttura trasparente, progettata da Ettore Sottsass nel 2002 e posta al centro del percorso espositivo (sala XVIII), offre al visitatore un’opportunità unica: seguire da vicino e “in diretta” le varie fasi dei restauri, potendo osservare le opere da nuovi punti di vista come il retro, solitamente nascosto. Nel 2018 il laboratorio è stato oggetto di un completo restyling che ha previsto anche il posizionamento di un monitor di grandi dimensioni rivolto verso il pubblico, per consentire con l’utilizzo di immagini e filmati un’efficace informazione sui restauri in corso.

 

Courtesy Milano, Pinacoteca di Brera

Sala Federiciana Veneranda Biblioteca Ambrosiana

La Sala Federiciana è l’antica sala di lettura della Biblioteca Ambrosiana e prende il nome dal fondatore dell’Istituzione, il cardinale Federico Borromeo.

Essa si presenta tuttora con l’aspetto che le volle dare il cardinale: egli sicuramente esaminò con i suoi architetti i progetti delle biblioteche più all’avanguardia dell’epoca e in particolare si ispirò a quella dell’Escorial a Madrid, voluta da Filippo II, introducendo allo stesso tempo alcune innovazioni. Come all’Escorial, la sala di lettura dell’Ambrosiana non prevedeva tavoli di lettura separati, ciascuno con una propria finestra, né che i libri fossero assicurati ai tavoli con catene, bensì che fossero a diretta disposizione dei lettori negli scaffali. Questo permetteva di avere più spazio per le scaffalature, che correvano senza soluzione di continuità lungo le pareti. Inoltre, per ottimizzare lo spazio disponibile in altezza, Federico scelse di collocare a metà delle pareti un ballatoio a cui si accedeva tramite scale, così che si potessero raggiungere più facilmente i ripiani più alti. L’illuminazione era garantita da due ampi finestroni agli estremi della volta a botte: in questo modo si evitava che la luce diretta infastidisse i lettori.

In occasione di MuseoCity 2022, l’Ambrosiana propone un approfondimento sulle vicende legate alla costruzione del primo nucleo della Biblioteca, esponendo, all’interno della Federiciana, alcuni disegni originali degli architetti Francesco Maria Richino e Fabio Mangone.

 

© Veneranda Biblioteca Ambrosiana / Andrea Pignagnoli

Armi e armature - Sala della Cavalcata 2018 Museo delle Armi "Luigi Marzoli"

La sala della Cavalcata del Museo delle Armi “Luigi Marzoli” è senz’altro la più scenografica, con le due pedane composte da due cavalieri a cavallo e tre fanti la prima, due cavalieri e quattro fanti la seconda che si affrontano; inoltre sono esposti sette manichini di cavalieri (con armature da guerra e da torneo), un’esposizione di artiglierie, oltre ad altre svariate armi. Attraverso questa nuova esposizione, la sala documenta l’eccellenza che nel XVI secolo raggiunsero le maestranze bresciane nella produzione di ogni tipologia di arma. Il progetto originale per l’allestimento fu firmato da Carlo Scarpa, che iniziò a costruire la grande finestra centrale, per essere poi bloccato.

Tuttavia l’edificio che ospita il Museo, il Mastio Visconteo del Castello di Brescia, è un bene storico, importante tanto quanto la collezione di armi. Infatti la struttura fu edificata nel 1343 da Luchino e Giovanni Visconti, sopra un tempio romano del I secolo d.C., per cambiare volto e uso nel corso dei secoli, dalla dominazione veneziana a quella austriaca, fino al passaggio all’esercito italiano, che lo destinò a prigione, e alla definitiva musealizzazione degli spazi nel secondo dopoguerra.

La sala della Cavalcata è la più significativa, in quanto, oltre a una delle rare strutture pensate da Scarpa (il finestrone centrale), sono visibili grandi porzioni degli affreschi viscontei (con rare armi araldiche di Luchino e Giovanni) e porzioni di grande interesse di affreschi di epoca veneziana.

 

Courtesy archivio fotografico Musei di Brescia

Anfiteatro romano I d.C. Antiquarium Alda Levi e Parco Archeologico dell'Anfiteatro Romano

La scoperta dell’Anfiteatro di Milano nell’area oggi delimitata dalle vie De Amicis, Arena e Conca del Naviglio si deve ad Alda Levi nel 1931. La sua conoscenza si è accresciuta grazie a diverse ricerche. Creato nel 2004, il Parco dell’Anfiteatro romano dal 2018 è interessato da un progetto di ampliamento e valorizzazione promosso dalla Soprintendenza ABAP di Milano che trasformerà l’area nel più esteso parco archeologico cittadino (oltre 22.000 mq): Parco Amphitheatrum Naturae (PAN) permetterà di ricreare con il verde la forma dell’edificio.

Le indagini archeologiche in corso stanno riportando alla luce considerevoli porzioni delle fondazioni dell’Anfiteatro insieme a strutture ipogee fino ad ora sconosciute, utilizzate sia per il transito dei gladiatori che per il deflusso delle acque. La facciata, alta più di 38 m e scandita da tre ordini sovrapposti di arcate terminanti con un attico, definiva un’ellisse i cui assi principali misuravano 150 m (E-W) e 120 m (N-S). Le gradinate per il pubblico (cavea) erano sostenute da 84 setti radiali, corrispondenti in facciata ad altrettante arcate. L’accesso principale (Porta Triumphalis) era probabilmente situato all’estremità orientale dell’edificio.

Gli alzati dell’impianto risultano sistematicamente spoliati per il recupero di materiali da costruzione (blocchi di pietra e mattoni) così come le strutture ipogee che si sviluppavano lungo gli assi principali. Le spoliazioni hanno risparmiato alcuni elementi decorativi dell’edificio e oggetti d’uso quotidiano che arricchiscono di colori e dettagli l’immagine del monumento.

Salone della Casa Museo Mangini Bonomi Museo Mangini Bonomi

La Casa Museo Mangini Bonomi è il luogo della memoria della lunga e appassionata attività di collezionista del suo proprietario, brillante imprenditore milanese, dotato di molti talenti. Emilio Mangini ha vissuto alla ricerca del bello, ma soprattutto dell’utile, inteso nel senso più quotidiano del termine. La sua collezione è costituita in gran parte di oggetti: strumenti del quotidiano, che raccontano l’umanità nei suoi gesti e nelle piccole abitudini. Ma la Casa Museo che ha lasciato in eredità ai milanesi non è solo questo, è anche quella in cui lui stesso ha vissuto, e che ha arredato con la stessa onnivora passione che lo ha guidato nel collezionismo. Centralissima nel cuore della Milano più storica, è in parte occupata dalle ordinatissime vetrine in cui si dispongono molteplici oggetti, dai più comuni ai più rari, dai più antichi a quelli di memoria recente, e in parte arredata come una casa privata. Delle stanze d’abitazione, che sono tutte piuttosto contenute per dimensioni, si distingue quella più ampia, che si guadagna per questo l’appellativo di “salone”: è un caleidoscopio di arredi del Seicento e Settecento, dove trovano spazio, forse con un po’ di fatica, tavolini da gioco, stipi e credenze, ma anche oggetti più rari, come i bellissimi paravento in cuoio di Cordoba, o l’elegante braciere in porcellana blu di manifattura di Talavera. Alle pareti, affollate come il resto della stanza, spicca per dimensioni l’oggetto più curioso: un grande dipinto su tela che ha per soggetto una particolarissima, buffa, uccellagione. Il nostro invito è lasciarsi sedurre dalla bellezza di questa stanza dell’arte.

Alberto Zilocchi

Linee Anni '80 Archivio Alberto Zilocchi

L’Archivio Alberto Zilocchi e l’Archivio Paolo Ghilardi sono ospitati nella stessa grande sede di Milano, in via Monte Rosa 13, divisa in due sale dedicate ai due artisti amici, entrambi bergamaschi e membri del Centro Studi di Arte Costruttiva che ha operato con esposizioni e simposi internazionali in Europa dal 1972 al 1988.

Una stanza centrale, con due pareti in vetro a vista, funge poi da sala riunioni e in essa sono presentate opere di entrambi gli artisti.

Lo spazio espositivo di circa 200 mq consente l’esposizione di circa 40 lavori e, in occasione delle visite dei collezionisti e operatori d’arte, il tavolo a vetro della sala riunioni viene utilizzato per presentare cataloghi storici, foto, materiale d’archivio. Lo spazio consente un’immersione completa nelle vicende artistiche di Zilocchi e Ghilardi. L’illustrazione del curatore, e degli assistenti stagisti/e universitari/e, è focalizzata sulla presentazione dei cicli artistici e sull’esposizione e visione di materiale storico in particolare degli anni ’60, ’70 e ’80. Quest’anno saranno presentate due opere su cartoncino – una serie di 3 Linee per Zilocchi e un collage con cartoncini colorati per Ghilardi – selezionate a dimostrazione della loro grande creatività e capacità di utilizzo di materiali e tecniche diverse.

Andrea Kvas

Dettaglio PROJECT ROOM #3 2022 Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck

Dopo più di tre anni di sistemazione e catalogazione dei materiali conservati nello spazio di Via Bragadino 2 a Milano, nel 2019 quello che fu il principale luogo di lavoro e di vita dell’artista italo-belga Pharaildis Van den Broeck ha aperto al pubblico in occasione della prima Project Room di un ciclo che continua ancora oggi. Momenti in cui artisti contemporanei sono invitati a interpretare e tradurre alcuni materiali e memorie conservati nello spazio per realizzare nuove opere site specific. Lo scopo è di riattivare l’opera di Van den Broeck per presentarla attraverso uno sguardo autoriale, un dialogo intimo e profondo tra tempi e sensibilità diverse che attualizza la dimensione creativa oltre che contemplativa dell’arte. L’archivio diviene spazio di ricerca e sperimentazione di nuove modalità di conservazione e produzione culturale, in cui il flusso del tempo non è mai lineare ma si dipana sulle molteplici strade dell’interdisciplinarietà offrendo nuove prospettive da cui osservare la storia. Tra gli artisti invitati, Claudia Losi che, in un progetto a cura di Emiliano Biondelli, riflette sul concetto di bandiera, elemento scultoreo, mutevole e permeabile allo spazio ma anche insegna di un gruppo di persone raccolte per svolgere un’azione concorde. Il vessillo ricorda una vela che trasporta i visitatori in un viaggio metaforico all’interno del mondo intimo di Pharaildis Van den Broeck. L’archivio diventa un luogo di passaggio in cui si materializzano i simboli di un rito di cura, le narrazioni e i desideri dell’artista a cui lo spazio è dedicato.

 

Foto: Jacopo Menzani

Courtesy Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck

Anton Francesco Biondi (1735-1805)

Ritratto di Giuseppe Macchi 1797 Museo i Tesori della Ca’ Granda

Il cantiere dell’immenso edificio della “Ca’ Granda”, avviato nel 1456 e proseguito tra sospensioni e riprese, si era arrestato nel 1701 per mancanza di fondi.

Il notaio Giuseppe Macchi (1713-1797), dopo una vita ricca di incarichi, nomina erede l’Ospedale Maggiore nel suo testamento del 1787. Al momento della morte, la consistente cifra di 2.265.000 lire, parsimoniosamente accumulata negli ultimi dieci anni di vita, è destinata a completare il fabbricato a beneficio dei poveri infermi. Per questo contributo Macchi è considerato il “terzo fondatore” dell’Ospedale Maggiore, dopo Francesco Sforza e Giovan Pietro Carcano. Come per tutti i sostenitori più generosi, viene eseguito il dipinto gratulatorio, commissionato ad Anton Francesco Biondi, affermato ritrattista dell’ospedale: la tela raffigura il notaio seduto in uno studio (sullo sfondo si vedono regi- stri di incartamenti), che esibisce una planimetria dell’edificio, su cui si può leggere “piano superiore dell’ospitale”.

Il progetto di ampliamento si deve all’ing. Pietro Castelli, sotto la cui guida, tra 1798 e 1804, si costruisce l’ala verso Via Laghetto, in stile neoclassico con un loggiato aperto da una serliana verso il Naviglio. L’archivio ospedaliero conserva i disegni e la documentazione relativi.

Pietro Castelli era ingegnere capo dell’Ospedale dal 1775, successore di Giovanni Antonio Richini; lui pure è un benefattore dell’Ente, a cui lega 20.000 lire nel 1823.

 

Courtesy Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico Foto: Giuseppe Giudici

Arnaldo Pomodoro

L’Inizio del tempo n. 2 1958 Fondazione Arnaldo Pomodoro

In occasione di MuseoCity la Fondazione Arnaldo Pomodoro inaugura un nuovo ciclo di “Open Studio”, allestimenti temporanei negli ambienti dello Studio di Arnaldo Pomodoro che, con cadenza annuale, racconteranno e approfondiranno temi e periodi inediti della ricerca dell’artista attraverso l’esposizione di opere, documenti e materiali d’archivio poco noti o inediti. Il primo appuntamento è incentrato sull’opera L’Inizio del tempo n. 2 (1958; 230×270 cm), un grande bassorilievo in piombo, zinco e stagno proveniente da Colonia, restaurato nel corso del 2021, testimonianza emblematica del clima di superamento dell’Informale in direzione di ricerche Spazialiste. A fianco de L’inizio del tempo n. 2 saranno esposti un gruppo di sculture, disegni e studi progettuali, alcuni dei quali in prestito dallo CSAC di Parma, e numerosi materiali d’archivio (fotografie, cataloghi, riviste, ritagli stampa, carteggi...) che racconteranno la genesi dell’opera e il periodo di attività 1957-1964, fino ad arrivare alla realizzazione del Grande omaggio alla civiltà tecnologica (1960- 1964; 24×8 m) per la facciata dell’Università Popolare di Colonia, prima prova di grande impegno sul piano architettonico e urbano dell’artista, della quale saranno esposti gli inediti collage progettuali, e sintesi poetica tra le indagini su segno-scrittura e segno-materia.

 

Foto: Dario Tettamanzi Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Veduta della mostra “Australia” (2020) in un ambiente del Padiglione d’Arte Contemporanea PAC Padiglione d'Arte Contemporanea

Il PAC è lo spazio pubblico per l’arte contemporanea a Milano e da oltre quattro decenni indaga la scena artistica nazionale e internazionale sulle tracce della sperimentazione e della ricerca. È fra i primi esempi in Italia di architettura progettata per l’arte contemporanea, simile alle kunsthalle europee e pensata come un’agile struttura espositiva.

Costruito sulle ex-scuderie della Villa Reale, distrutte dai bombardamenti del 1943, inaugura nel 1954 come sede per le collezioni civiche del XX secolo, ma subito affianca alla destinazione museale l’attività espositiva temporanea. Con i suoi 1200 mq si articola su tre livelli, differenziati come volumi luminosi, attorno ad un volume centrale che li polarizza e li tiene in rapporto reciproco. Il primo livello, che dialoga con il parco attraverso una grande e luminosa vetrata, fu inizialmente progettato per ospitare opere di scultura. Il livello più elevato, suddiviso nel progetto originario per mezzo di pareti mobili – oggi fisse – fu pensato per la pittura e riceveva luce dall’alto attraverso dei lucernai. Il terzo livello, originariamente destinato all’esposizione di disegni, stampe, fotografia ed oggettistica, è una galleria sopraelevata che si affaccia sul secondo livello con una balconata. Nel 1993 un attentato di matrice mafiosa distrugge il PAC, in un momento storico di fondamentale impegno del Paese nella lotta alla mafia: verrà ricostruito da Ignazio con il figlio Jacopo nel 1996 secondo il progetto originario, con fondamentali migliorie tecniche che lo avvicinarono agli spazi espositivi all’avanguardia.

 

Foto: Nico Covre, Vulcano

Il timpano della facciata della Scala Museo Teatrale alla Scala

L’insegnante di Scultura all’Accademia di Brera Giuseppe Franchi (1731-1806) fu l’autore del bozzetto del Carro di Apollo, lavoro che, per conto dell’architetto Piermarini, fu tradotto in stucco da Giocondo Albertolli per il timpano del Teatro alla Scala nel 1778. Albertolli, però, sostituì il putto alato di Franchi con la personificazione dell’immagine della Notte. Questo bassorilievo divenne un simbolo della Scala e fu ripreso dal noto scenografo Alexander Benois nel bozzetto da lui realizzato per la riapertura del Teatro alla Scala nel maggio del 1946, dopo la ricostruzione seguita ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Architettonicamente, la facciata neoclassica della Scala si presenta divisa in tre parti: il portico in bugnato, l’ordine gigante di semicolonne sul quale si aprono porte che immettono alla terrazza (accessibile durante gli intervalli degli spettacoli) e, dopo una fascia marcapiano, la parte sommitale sovrastata dal timpano. Nel sottotetto è ricavato il ridotto delle Gallerie. Il tetto si regge su una struttura a capriate.

 

Foto: Brescia-Amisano Archivio della Scala

La "Centrale dell'Acqua" di Milano 1906; 2018 Centrale dell'acqua

La Centrale dell’Acqua, antica Centrale Cenisio, è uno dei primi impianti di sollevamento e pompaggio di acqua potabile dell’acquedotto di Milano. Inaugurata nel 1906, nel 2018 è stata riqualificata grazie all’accurato restauro conservativo di MM (ex Metropolitana Milanese). Nello stesso anno l’azienda l’ha riaperta gratuitamente al pubblico in qualità di Museo d’Impresa, con l’obiettivo di far conoscere la storia, i valori e le professioni dell’acqua pubblica.

Venne edificata secondo i dettami di uno degli stili in voga a fine Ottocento all’interno dell’eclettismo milanese, il Neo-romanico, le cui sobrie forme architettoniche caratterizzavano e rendevano riconoscibili le infrastrutture pubbliche progettate in quegli anni.

Il nuovo allestimento dell’oratorio di Santa Maria in Solario 2021 Museo di Santa Giulia

All’interno del complesso di Santa Giulia si trova un oratorio edificato in età romanica.

L’edificio è a pianta quadrata, in possente opera lapidea che include anche numerosi blocchi di pietra risalenti all’età romana, sormontato da un tiburio ottagonale decorato da una loggetta costituita da colonnine e capitelli altomedievali di reimpiego. Un recente intervento ha rinnovato la luce all’interno dell’edificio, mettendo in evidenza la qualità dei materiali, i trattamenti delle superfici, iscrizioni e soggetti dipinti, i preziosi reperti esposti.

L’architettura del piano inferiore è impostata su un altare del I secolo d.C. al centro dello spazio, dal quale si dipartono quattro volte a crociera. Le luci radenti enfatizzano la forza di questo luogo e il suo carattere recesso. Una lama di luce accompagna lungo le scale interne verso il piano superiore; qui lo sguardo si libera verso la volta di colore blu lapislazzulo, nella quale sono appuntate stelle in ottone dorato con al centro il Padre Eterno. La luce è irraggiata dal centro di questo luogo mistico, nel quale si trova la Croce di Desiderio, l’oggetto più prezioso del tesoro del monastero medievale. Gli affreschi alle pareti, opera di Floriano Ferramola (1513-1524), sottolineano la funzione religiosa dell’aula e raccontano anche la storia di Santa Giulia, alla quale il monastero deve la denominazione. Una sequenza di diversi scenari di luce permette di vivere un’esperienza unica, cogliendo aspetti e dettagli sinora poco visibili.

 

Courtesy archivio fotografico Musei di Brescia Credits Fotostudio Rapuzzi

Pantoscopio XVIII secolo (post 1706) MIC - Museo Interattivo del Cinema

Il Pantoscopio conservato presso la Fondazione Cineteca italiana costituisce uno dei manufatti più rappresentativi del Pre-cinema; esso ha introdotto nuovi scenari e stanze dell’arte.

Strumento ottico settecentesco di intrattenimento popolare, esso è noto per aver richiamato a sé folle di spettatori incuriositi dalle storie che l’imbonitore era pronto a raccontare. Così, avvicinando lo sguardo alle lenti incastonate nei piccoli fori, era possibile trovarsi in mondi nuovi, viaggiare pur stando fermi, valicare i confini delle caotiche piazze in cui il Pantoscopio trova la sua più fedele appartenenza. Le vedute ottiche al suo interno, infatti, rappresentano piazze e scorci di realtà lontane oltre che episodi di note narrazioni, come nel caso delle due vedute riguardanti la parabola del Figliol prodigo, rivisitate in chiave settecentesca. L’accurato restauro a cui il Pantoscopio è stato sottoposto ha previsto un’iniziale campagna diagnostica volta allo studio dei materiali costituenti e alla definizione della più idonea metodologia di intervento. Quindi, ne è stata realizzata la pulitura, il consolidamento strutturale, la reintegrazione cromatica e il ripristino della corretta funzionalità.

In particolare la presenza di Blu di Prussia nella pellicola pittorica originale ci conferma che lo strumento fu realizzato dopo il 1706, anno in cui il pigmento venne scoperto a Berlino da Diesbach e Dippel.

Acquario

Un edificio che racconta una lunga storia 1906 - 2021 Acquario e Civica Stazione Idrobiologica

L’Acquario Civico di Milano fu edificato in occasione della grande Esposizione Internazionale tenutasi a Milano nel 1906, su progetto dell’architetto Sebastiano Locati e finanziato dal duca Giuseppe Crivelli Serbelloni, presidente della Società Lombarda per la pesca e l’Acquicoltura; esso costituisce uno splendido esempio di Liberty milanese. È frutto di una cultura e di contesti sociali e storici, oggi a noi lontani, di cui mantiene viva la memoria e ne rende am- pia e chiara testimonianza. La sua splendida facciata narra infatti dei fasti passati e la sua stessa ubicazione, nel cuore della città, racconta da sola la sua importanza. Oggi l’Acquario mostra anche l’evoluzione del concetto di museo scientifico, fortemente cambiato rispetto al periodo della sua realizzazione, anche attraverso diverse ristrutturazioni interne che, nel rispetto della sua struttura originale, hanno reso gli spazi funzionali alla sua odierna missione.

 

Foto: Federico Brunetti Archivio Fotografico Acquario Civico.

Andrea Appiani

Il Parnaso 1811 GAM - Galleria d'Arte Moderna

La Galleria d’Arte Moderna è ospitata, dal 1921, nella Villa Reale, edificata su progetto di Leopoldo Pollack tra il 1790 e il 1796 come residenza del conte Lodovico Barbiano di Belgiojoso.

Al primo piano dell’edificio sono presenti diverse sale che fungevano da ambienti di rappresentanza. La sala oggi denominata “del Parnaso” era la sala da pranzo, utilizzata per eventi istituzionali e mondani. L’ambiente è uno dei più sontuosi e meglio conservati della villa ed è caratterizzato da ornati all’antica e due grandi lunette a stucco. Sulla volta è presente il grandioso affresco che dà il nome alla sala.

Il Parnaso è stato realizzato da Andrea Appiani nel 1811 e si tratta dell’ultimo grande affresco compiuto dall’artista. L’opera presenta Apollo circondato dalle Muse sul monte Parnaso. Il tema era già stato trattato da Raffaello (Musei Vaticani) e Anton Raphael Mengs (Villa Albani, Roma), ma Appiani lo rielabora in maniera innovativa, traendo ispirazione dalla statuaria grecoromana e dai testi classici. L’artista si affida alla consulenza del grecista Luigi Lamberti che elabora un progetto iconografico di grande raffinatezza.

Il protagonista dell’affresco, Apollo, è intento a suonare una cetra riccamente decorata, seduto su un trono al centro della scena. Ai lati si possono ammirare le nove Muse, divinità figlie di Zeus e Mnemosine che sono protette da Apollo. Le Muse governano le arti e offrono ispirazione e ognuna di loro è caratterizzata da un diverso attributo.

 

© Comune di Milano Galleria d’Arte Moderna, Milano / Umberto Armiraglio

Anonimo

Francesco Somaini al lavoro con il getto di sabbia a forte pressione Fondazione Francesco Somaini Scultore

Nel 1950 Francesco Somaini (1926-2005) acquista a Lomazzo (CO), suo paese natale, il terreno del suo atelier: un piccolo padiglione, composto da un ampio locale con volta a botte, munito di un lucernario orientato a nord, di un soppalco e di un portico. Qui l’artista mette a punto il suo linguaggio plastico, avvicinandosi al concretismo europeo, prima di raggiungere fama internazionale come protagonista della scultura informale. Nell’atelier, che diviene negli anni un laboratorio più articolato, lavora fino alla morte, trasformando e ampliando gli spazi del nucleo iniziale, disegnato da Gino Morganti, per rispondere alle nuove esigenze di lavoro e alle tecniche via via adottate. A cominciare da un locale per la lavorazione della cera. Nel 1962 Somaini trasforma il vecchio laboratorio in una vera e propria officina attrezzata. Nasce così l’edificio in mattoni caratterizzato da uno sviluppo a terrazze praticabili dotato di lucernari piramidali che si “specchiano” in elementi parietali in vetrocemento. La nuova costruzione, che ingloba il padiglione preesistente, combina la tipologia dell’edilizia industriale con il nuovo capannone per la realizzazione delle sculture monumentali, la cabina per l’intaglio mediante un getto di sabbia a forte pressione, i compressori e i silos per la sabbia, e quella residenziale con gli spazi per la lettura, lo studio e il riposo, ulteriormente ampliati negli anni successivi. Il modello documenta la storia di questo luogo fino al 1980.

 

Foto: Cesare Somaini

Antonio Michela Zucco

Stenotype Michela 1980 Museo della Macchina da Scrivere

Donata dal Senato della Repubblica Italiana, il modello esposto elettrico è stato prodotto da Osvaldo Vergoni di Perugia ed è stato utilizzato dal 1980 dal nostro Senato a Roma, sino all’avvento della stenotipia digitale. Il primo modello del 1860 produceva una striscia di carta punzonata a rilievo, come quella utilizzata per i non vedenti, era una sorta di Braille (sistema in quegli anni già abbastanza noto) che era facilmente leggibile per chi aveva problemi di vista. Con il passare del tempo seguirono le tastiere meccaniche, poi elettriche con stampante a testina termica. Nel brevetto del 1876 veniva spiegato che con questa macchina si poteva anche effettuare la trascrizione dei discorsi e la trasmissione ad alta velocità dei dispacci telegrafici. La macchina è esposta del museo nato nel 2006, nel suggestivo quartiere Isola, Si tratta di un ambiente raccolto dove macchine da scrivere, originali e restaurate, sono visibili in ogni dettaglio e soprattutto “toccabili” con la dovuta attenzione dai visitatori.

Artista lombardo

Giovanni Antonio Parravicini Primi decenni del XVIII secolo Museo Martinitt e Stelline

Grande banchiere, con vasti possedimenti in tutta la Lombardia, già noto collezionista tra Sei e Settecento, Giovanni Antonio Parravicini fu anche un munifico benefattore di vari luoghi pii, tra cui l’antico ospedale dei poveri mendicanti della Stella, non ancora orfanotrofio femminile delle Stelline, cui lasciò diverse proprietà nel proprio testamento del 1717.

Nel dipinto il benefattore è ritratto in piedi davanti ad uno scrittoio, mentre addita una mappa che riproduce proprio la pianta dell’istituto della Stella, di cui si scorge anche un’ala dell’edificio sul fondo del quadro a sinistra. Un grande cartiglio rivela agli spettatori di ogni tempo l’identità del personaggio, di cui l’anonimo autore lombardo sottolinea l’elevato status sociale con l’eleganza e la raffinatezza degli abiti.

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