Museo Segreto 2020

I 56 Musei che aderiscono a Museo Segreto 2020 hanno scelto di presentare al pubblico un’opera “segreta” ispirata alla donna: donne artiste, grandi direttrici di musei, benefattrici, collezioniste, donne ispiratrici di iniziative culturali ma anche della pubblicità e del fumetto. Spettacolari i ritratti di donna di ogni epoca.

Museo Segreto - 2020

Capitello dal monastero benedettino di Santa Maria d’Aurona Fine XI-inizio XII secolo Castello Sforzesco- MUSEO D’ARTE ANTICA
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L’importanza della figura di Aurona è direttamente legata alla fondazione del distrutto monastero femminile che di lei porta- va il nome. Figlia di Ansprando e sorella di Liutprando, dunque appartenente alla famiglia reale longobarda della prima metà dell’VIII secolo, venne mutilata al volto dal rivale al trono del padre, secondo quanto ci tramanda Paolo Diacono nella sua Storia dei Longobardi. Il monastero dove trascorse il resto del- la sua vita venne costruito lungo l’attuale via Monte di Pietà, inglobando una torre della cinta muraria tardoromana. Le vi- cende che interessarono il complesso nel corso dei secoli fu- rono numerose e culminarono con la sua distruzione. Grazie alla riscoperta di molti reperti appartenenti alla chiesa di Au- rona e alla loro conservazione oggi al Museo d’Arte Antica è stato possibile interrogarsi sui momenti storici e architetto- nici di questo importante cenobio, le cui sculture costituisco- no un tassello fondamentale per lo studio dell’arte medievale a Milano. Entrare nella storia di questo monastero femminile permette anche di indagare cosa significasse essere mona- che, che ruolo politico e gestionale assunsero alcune bades- se, rivelandoci come l’ingresso in monastero potesse rap- presentare in quei secoli un’emancipazione alternativa delle donne.

La vivace decorazione del capitello, appartenuto al mona- stero, ripropone il diffuso motivo della sirena fra due animali fantastici entro cornici vegetali di grande eleganza.

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La produzione artigianale femminile Seconda metà del '900 MUDEC - Museo delle Culture
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Il Fondo Lo Curto, costituito da oggetti etnografici, foto, regi- strazioni audio e video, libri, documenti e mappe, è stato riu- nito dal medico volontario itinerante Aldo Lo Curto in diverse aree del pianeta, per poi essere donato al Comune di Milano nel 2000. Una parte del Fondo è costituita da testimonian- ze della straordinaria produzione della popolazione indigena degli Asurinì dello Xingu, nel cuore dell’Amazzonia brasilia- na. Questa comunità è conosciuta per l’arte grafica espressa tramite la pittura corporale e la decorazione ceramica, atti- vità prettamente femminili praticate quotidianamente. Lo schema decorativo è solitamente una composizione infinita realizzata mediante la ripetizione di moduli geometrici. Le donne adulte scelgono dal loro archivio mentale il disegno con cui “vestire” un corpo o un vaso: al mattino dipingono i bambini e alla sera i mariti di ritorno dalla caccia o dalla pe- sca, utilizzando una tinta vegetale di colore nero. Riservano un momento anche al loro corpo e per le zone non accessi- bili si fanno aiutare da un’altra donna. Le donne si occupano, inoltre, della produzione del vasellame a partire dall’argilla modellata a mano. Dopo le fasi di essiccamento e cottura, si passa alla decorazione pittorica realizzata tramite l’uso di tre coloranti minerali: principalmente ocra, nero e rosso. Viene eseguito il disegno ricoprendo tutta la superficie, verniciata poi con una resina protettiva.

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Paola Manfredi: una vita per l'Acquario di Milano 1921-1963 Acquario e Civica Stazione Idrobiologica
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Paola Manfredi (1889 -1989), zoologa, dirigente dell’Ac- quario dal 1931 al 1943 e Vicedirettore del Museo di Storia Naturale di Milano dal 1955 al 1959, fu una figura di gran- de rilievo per l’Istituzione. Oltre a produrre numerosi lavori, frutto delle ricerche svolte, ebbe il difficile compito di essere dirigente durante la Seconda Guerra Mondiale. Paola Man- fredi inizia la sua storia con l’Acquario di Milano nel 1919 e si occupa di lavori riguardanti acquicoltura, pesci, crostacei e rotiferi per l’Istituto con ruoli via via di maggiore responsabi- lità. I suoi studi vertono sull’Idrobiologia e la Miriapodologia, mostrando la sua poliedrica cultura e padronanza di argo- menti diversi, frutto della sua memoria e dell’esperienza in gioventù, successivamente perfezionata.

Tra le testimonianze di chi l’ha conosciuta all’Acquario di Mi- lano, la si descrive come “una donna seria, dignitosa, elegan- te, molto autoritaria, rispettata e anche temuta, ma dispo- nibile, capace di attenzioni e persino di affetto nei confronti dei suoi collaboratori e sottoposti”.

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Sepoltura di due donne longobarde VII sec. d.C. Civico Museo Archeologico - Monastero maggiore di San Maurizio
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Non conosciamo il loro nome, né il loro rapporto di parentela, ma le loro esistenze sono state portate alla luce in un luogo particolare, la cappella funeraria della famiglia dei Totoni nella chiesa di San Zenone a Campione d’Italia. Qui erano state sepolte, nella seconda metà del VII secolo d.C., in quanto appartenenti ad una famiglia di prestigio di mercanti e possessori terrieri. Di una delle due donne grazie alle indagini paleoantropologiche sappiamo che era alta tra 1,60 e 1,70 m, aveva caratteri nordici e costituzione robusta e che morì probabilmente di parto tra i trenta e i quarant’anni anni dopo aver dato alla luce alcuni figli. Fu sepolta per la sua importanza al centro della cappella, con una veste di broccato decorata da fili d’oro (si veda la ricostruzione esposta in sala). L’altra donna della famiglia, sepolta nello stesso luogo, possedeva due splendidi orecchini in oro, pasta vitrea, granati almandini e perle e un anello con castone in lapislazzuli (o pasta vitrea?). Questi preziosi gioielli, che documentano i rapporti culturali dell’area anche con la tradizione bizantina, furono deposti nel sepolcro ad accompagnare la donna che li aveva indossati. Tracce di filo d’oro indicano che anch’essa fu sepolta con un velo ricamato d’oro. È grazie alla donazione di Totone II, datata al 777, della propria casa e della chiesa di San Zenone al monastero milanese di Sant’Ambrogio a Milano, che ancora oggi Campione resta un’enclave italiana in Svizzera.

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Storie di Griselda: Gualtieri fa spogliare Griselda 1460 circa Castello Sforzesco - MUSEO DEI MOBILI E DELLE SCULTURE LIGNEE
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Le Storie di Griselda narrano le vicende di Gualtieri, marchese di Saluzzo, e della sua giovane sposa, la popolana Griselda, che sopporterà per oltre tredici anni crudeltà e umiliazioni, come prove di devozione coniugale. Narrate nell’ultima novella del Decamerone da Giovanni Boccaccio, che mette in guardia le fanciulle dal seguire l’esempio della protagonista, le Storie di Griselda sono poi riprese da Francesco Petrarca, con intento didascalico verso le donne che vogliano contrarre un buon matrimonio e che devono quindi apprendere la virtù della pazienza.

Diventano un soggetto di eccezionale fortuna nel Medioevo, diffuse in tutta Europa anche grazie a dipinti o manufatti artigianali, spesso parte dei corredi nuziali, che riprendono alcune scene della vicenda come exempla di virtù e fedeltà coniugale.

Il ciclo di affreschi quattrocenteschi della camera picta del castello di Roccabianca – ricostruita al primo piano dei Musei del Castello e proveniente dalla dimora di un condottiero degli Sforza, Pier Maria De’ Rossi – costituiscono l’unica pittu- ra murale sul tema, sopravvissuta pressoché integra fino ai giorni nostri e rappresentano l’occasione per ripercorrere la fortuna di questo soggetto e affrontare il tema della violenza

di genere e del ruolo subalterno della donna al marito.

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Adriana Bisi Fabbri

Afa Meridiana 1911 Museo del Novecento
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Adriana Bisi Fabbri (Ferrara, 1881 - Travedona Monate, 1918) è un’autodidatta animata da una vivace curiosità nei con- fronti di ogni manifestazione artistica, e guidata dalla fer- rea volontà di essere considerata un’artista a tutto tondo in un’epoca e in un ambiente nei quali ancora, a una donna, molti percorsi formativi e obiettivi erano preclusi. Il suo tem- peramento carismatico non la faceva tuttavia passare inos- servata: “arrivò a Milano vestita da uomo. Sicuro. Da uomo. Le seccava un poco d’essere donna. L’aveva presa una voglia matta di far chiasso, di far presto, d’essere la prima ad arriva- re dio sa dove – non lo sapeva neppur lei – voleva strappare il suo avvenire a brancate, graffiare qualcuno, lasciare un pro- fondo segno; e una donna che picchia, che graffia, che vuol fare delle monellerie di questo genere, non viene mai creduta – generalmente – una donna onesta. Perciò Adrì si vestiva volentieri da uomo, mettendo così in caricatura il suo e l’al- tro sesso” (Arturo Rossato, La vita degli sconosciuti - Adrì, in Il Popolo d’Italia, 7 giugno, Milano 1918). “Afa Meridiana”, dipin- to finora conservato nei depositi del Museo del Novecento e giunto grazie alla donazione del figlio della pittrice Marco Bisi, è stato realizzato da Adriana nel 1911 quando insieme al marito Giannetto Bisi viveva a Bergamo. Il dipinto rappre- senta uno scorcio di veduta sulla città dalle finestre della loro abitazione.

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Anonimo

Con La Cimbali, un “Cimbalino” 1950 MUMAC - Museo della Macchina per caffè di Gruppo Cimbali
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MUMAC espone alcune immagini originali di poster, depliant, pubblicità degli anni ’50 tratte dal proprio archivio. Tali grafi- che di pubblicità al femminile promuovevano il “Cimbalino”: insieme alla macchina per caffè espresso professionale Gio- iello, lanciata da La Cimbali nel 1950. Nasce un nome nuovo per definire il caffè con la crema. “Cimbalino” diventa presto, grazie ad un’operazione di marketing ante litteram, il modo per chiedere il caffè espresso al bar: un caffè caldo, intenso, rotondo, cremoso, dalla tessitura tigrata color nocciola. In- somma il caffè espresso all’italiana. Omen-nomen, l’espresso si trasformò così da nord a sud in Cimbalino: “Crema-caffè intera: un caffè aromatico, stimolante, cremoso e ben caldo, cioè il caffè perfettamente riuscito”, come recita un folder pubblicitario dell’epoca. L’idea di scrivere sulle mascherine delle macchine, su van promozionali per la degustazione, ne- gli allestimenti fieristici e sulle tazzine l’espressione “Cimba- lino” unita ad una grafica di invito alla sua richiesta da parte di poster e pubblicità al femminile, diventa veicolo estrema- mente efficace di diffusione del termine in tutto il mondo per indicare il buon caffè italiano, al punto che ancora oggi l’e- spressione è viva in alcuni paesi. La vivace figuretta femmi- nile della stampa pubblicitaria, ispirata alla moda degli anni ’50, esprime bene il senso di allegria e benessere associato al celebre caffè.

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Anonimo

Ritratto di Maria Teresa d'Austria 1740 - 1765 Palazzo Reale
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Il quadro esposto dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria ritrae una delle più importanti donne della storia di Milano, colei che ha commissionato l’attuale veste neoclassica di Palazzo Reale e ha fortemente inciso sulle politiche culturali, sociali e architettoniche della città. In questo quadro da parata, di autore ignoto, Maria Teresa d’Austria indossa un abito di corte con strascico e il mantello di grado reale, bordato di zibellino. La chioma è ornata da un diadema di pietre preziose, l’abito porta a datare il dipinto a prima della morte dell’Imperatore Francesco Stefano di Lorena, avvenuta il 18 agosto 1765. Da quel momento Maria Teresa adotterà un lutto stretto vestendosi sempre di nero anche nelle cerimonie pubbliche. Alla destra dell’Imperatrice sono raffigurati alcuni simboli regali: lo scettro, la corona di San Venceslao con una berretta color oro e la corona ufficiale degli arciduchi d'Austria, nella sua versione del XVII secolo.

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Anonimo pittore lombardo

Ritratto di Cristina Manzoni intorno al 1838 Casa del Manzoni
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Cristina Manzoni (1815-1841) era la terzogenita di Alessan- dro e di Enrichetta Blondel. La ricostruzione della sua figura è stata possibile attraverso le lettere da lei indirizzate all’ami- ca Margherita Trotti Bentivoglio, alla nonna Giulia e al futuro marito Cristoforo Baroggi. Parte di questi documenti costi- tuiscono il Fondo Baseggio, destinato al Centro Nazionale Studi Manzoniani nel 1966 dalla nipote Cristina Baseggio, fondo nel suo insieme mai finora presentato.

Vi sono raccolti libri con attestazioni di proprietà, con anno- tazioni autografe: tra questi una edizione dei Promessi spo- si del 1840 con una lunga dedica autografa di Manzoni alla nipote Enrichetta Garavaglia Baroggi (figlia di Cristina), e un libro di preghiere, appartenuto a Enrichetta Blondel. Vi sono una cinquantina di lettere di e a Cristina, Enrichetta, Isabel- la Londonio, Matilde e Vittoria Manzoni; cimeli (un cestino in argento regalato a Vittoria Manzoni dalla principessa Cri- stina di Belgioioso, sua madrina di cresima), disegni, ritratti, fotografie. Il ritratto di Cristina qui presentato è stato vero- similmente realizzato in occasione del suo matrimonio con Cristoforo Baroggi, celebrato il 2 maggio 1839 nella chiesa di San Fedele a Milano. Si noti l’abbigliamento raffinato, il velo prezioso sulle spalle, e l’acconciatura particolarmente curata.

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Camilla Cederna

Macchina da scrivere Olivetti ICO e Camilla Cederna 1932 - 1950 Museo della Macchina da Scrivere
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La macchina da scrivere Olivetti ICO fu usata dalla giornalista milanese Camilla Cederna (1911-1997) per scrivere gli articoli pubblicati da L’Ambrosiano, L’Europeo, L’Espresso, Panorama durante la sua lunga carriera e anche per scrivere i suoi libri di inchiesta. Era definita “la rossa” per il colore dei suoi ca- pelli e fu una delle giornaliste più prolifiche del suo periodo, dal 1940 alla fine degli anni ‘90. Di carattere difficile, seppe con grazia e signorilità raccontare la nuova generazione ita- liana, maturata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Frequentava i salotti buoni di Milano, ma criticava tutto e tutti. Dopo gli anni Sessanta accentua il suo carattere criti- co e diventa una giornalista scomoda. Sino ad allora definita “la signora dei giornali”, viene aspramente criticata proprio all’interno del mondo giornalistico, allora costituito preva- lentemente da uomini “maschilisti”. Ciò non toglie niente alle sue spiccate capacità di cronista di un’epoca di grande svi- luppo della città di Milano, che dopo il “miracolo economico” meritò anche la definizione di “città da bere”.

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La morte di Lucrezia 1635-1645 Castello Sforzesco – GABINETTO DEI DISEGNI
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L’opera rappresenta il suicidio di Lucrezia, eroina dell’antica Roma. L’autore è il pittore e incisore olandese Abraham Bloe- maert, vissuto tra Cinque e Seicento tra l’Olanda e la Francia (1566-1651). Il disegno, realizzato a matita e acquerelli sui toni del bruno, appartiene alla fase della sua maturità ar- tistica. La scena raffigura il preciso istante in cui la donna, moglie devota e nota per la sua bellezza e la condotta proba, si trafigge il petto con un pugnale, dopo essere stata violen- tata, nell’intimità della sua casa, dal figlio del re Tarquinio il Superbo. Ambientato entro un’architettura enfatizzata da un pesante tendaggio, il disegno si contraddistingue per una spettacolare teatralità del gesto estremo, che coglie l’eroi- na in primo piano, sola protagonista della scena. Con i capelli scomposti e l’abito strappato, Lucrezia reclina il capo sulla spalla con un’espressione di abbandono che richiama le esta- si mistiche barocche sublimando così il suo sacrificio.

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La rivoluzione del colore 1957 Museo Storico Alfa Romeo
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Il colore dell’automobile si è evoluto insieme alla tecnolo- gia, alle prestazioni e alla forma della carrozzeria. Una vera rivoluzione avviene però negli anni Cinquanta, quando Alfa Romeo decide di ripensare l’immagine del Marchio: le auto- mobili hanno ora nomi di donna e i colori sono il frutto di una ricerca che esce dal reparto carrozzeria per entrare negli am- bienti della moda milanese attraverso la collaborazione con la stilista Jole Veneziani, una delle fondatrici dell’alta moda italiana. Nasceranno nuove tinte, nuovi abbinamenti, nuovi materiali e un nuovo modo di creare le automobili. Oltre alla Giulietta color rosso corallo del Museo, dal Centro Documen- tazione Storico Alfa Romeo emergono rivoluzionarie cartel- le colori, con soluzioni innovative per carrozzerie ed esterni, rigorosamente da abbinare agli abiti disegnati dalla stilista milanese.

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Ritratto di Fernanda Wittgens Pinacoteca di Brera
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Scrive Fernanda Wittgens, qui ritratta da Attilio Rossi, all’amica Clara Valenti nel 1967 «[…] ovunque, persino nella galera, può essere salvato “l’umano” dal “bestiale”» e «[…] l’arte è forse una delle più alte forme di difesa dell’“umano”. Così, tornata a Brera, ho fatto il museo vivente.» Neanche gli anni di detenzione a cui fu costretta a causa delle sue attività antifasciste intaccarono lo spirito della giovane storica dell’arte, prima donna ad aver ricevuto il prestigioso incarico di direttrice della Pinacoteca di Brera nel 1940. Si dedica fin da subito e con crescente passione all’obiettivo di restituire il museo alla città dopo le distruzioni della guerra, e di farne un luogo di educazione e socialità. Quello stesso museo, che negli ultimi anni è stato attraversato da una vitalità che la ricorda, le ha dedicato il Caffè Fernanda, luogo di incontro ed esposizione. In questo dipinto Attilio Rossi (Albairate 1909 – Milano 1994), che di lei eseguì anche un disegno, ce la presenta così: elegantemente vestita e con l’aria affabile che doveva contraddistinguerla qui motivata forse dal rapporto di stima reciproca che legava i due. Bravissimo grafico oltre che pittore, Rossi ebbe il grande merito di realizzare uno dei desideri della Wittgens: portare a Milano “Guernica” di Picasso ed esporla nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, con le cicatrici della guerra ancora visibili, durante la rivoluzionaria mostra del 1953 che organizzò insieme al futuro direttore di Brera Franco Russoli.

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Statuetta di Menerva (Athena, Minerva) V sec. a.C. Fondazione Luigi Rovati
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Una istantanea del concorso per acconciatori alla Fiera Campionaria di Milano 15 Aprile 1951 Achivio Storico Fondazione Fiera Milano
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La Fiera di Milano nasce nel 1920 come vetrina principe dell’industria italiana. Un luogo dove assistere al progresso della tecnologia in ogni ramo industriale e a maggior ragione in un settore come quello tessile e dell’abbigliamento, dove le innovazioni tecniche hanno una istantanea ricaduta sul- lo stile e viceversa, con un comune fine, quello di mostrare la donna di domani. La Fiera di Milano ha dato un impulso sensibile all’affermazione della città come capitale della moda: sfilate alta moda, presentazioni di nuovi tessuti, abiti di confezione o capi prêt-à-porter, concorsi di acconciature. Questa e molte altre immagini che raccontano lo sviluppo e l’espressione della figura della donna nel panorama italiano sono conservate nell’Archivio Storico di Fondazione Fiera Milano.

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Agostino Arrivabene

L'Annunciata 2016 GASC | Galleria d'Arte Sacra dei Contemporanei
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Il dipinto ha origine nel fascino esercitato sull’artista da un disegno di Leonardo da Vinci: uno studio per il volto di Ma- ria eseguito per l’Annunciazione conservata agli Uffizi. Per l’artista Agostino Arrivabene, il disegno leonardesco rap- presenta un’icona guida sia per la grazia espressa, sia per lo studio riservato all’intreccio dell’acconciatura. Il volto della donna è coperto dai capelli ed il corpo è fasciato dentro una veste. Nell’osservare il dipinto il primo pensiero va al velo, al nascondimento, persino ad una forma di segregazione della figura femminile. Ma ciò che dovrebbe costituire una barriera in realtà sono i capelli della donna, uno degli elementi più forti della femminilità e della seduzione qui esaltate anche dalla ricca e complessa acconciatura. Il titolo dell’opera, L’Annun- ciata, aggiunge un significato: la donna raffigurata è Maria di Nazareth, colta nell’atto di ascoltare l’annuncio dell’Angelo. Maria sta per diventare la madre di Dio, nel suo grembo il Verbo si fa uomo. Il quadro acquista così un significato sim- bolico: così come nel tempio di Gerusalemme un velo na- scondeva l’Arca dell’Alleanza con all’interno le tavole di pietra con le dieci parole di Dio, allo stesso modo una lunga chioma ora vela Maria, chiamata anche la “Nuova Arca”, perché porta dentro di sé la Parola di Dio, non più di pietra, ma di carne. In questo modo il velo non nasconde o toglie alla vista, ma introduce ad un mistero che si sta per svelare.

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Anonimo

La vera descritione del paese chiamato anticamente scanza fatica, et hora sie nominato chucagna delle donne 1790 circa Castello Sforzesco - RACCOLTA DELLE STAMPE ACHILLE BERTARELLI
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Fonti letterarie già a partire dal XII secolo affrontano il tema di un paese ideale che dal XVI secolo favorisce una produzio- ne a stampa che spesso assume caratteristiche autonome rispetto al linguaggio testuale. Il Paese di Cuccagna ove chi più dorme più guadagna, illustrato in una stampa del Sette- cento evidenzia un mondo di bengodi in cui il cibo prelibato e il dolce far niente sono messi in grande risalto. A questa incisione se ne affianca un’altra che descrive il tema della “Cuccagna al femminile” raccontato nella Vera descritione del paese chiamato anticamente scanza fatica et hora sie nomina- to chucagna delle donne (stampatore C. Losi, 1790 ca.), dove in maniera esplicita le delizie sono dedicate unicamente alle donne e gli uomini, quando vi sono ammessi, hanno un ruo- lo subalterno di servitori. Oltre alla consueta abbondanza di cibo, organizzato però in tavole ben apparecchiate (ben di- verso dai capponi che piovono giù dal cielo rappresentanti ad esempio negli altri Paesi di cuccagna), una parte rilevante è dedicata all’intrattenimento, ma anche alla bellezza e alla cura del corpo. L’analisi di questa incisione sarà una occasio- ne per mostrare altre stampe popolari con soggetti ispirati a temi analoghi quali le tavole ottocentesche francesi L’arbre d’amour e L’alambic miraculeux in cui sono rappresentate don- ne che scelgono gli uomini come frutti dagli alberi o che por- tano a riparare i mariti difettosi in un grande “alambicco”.

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Anonimo

Spillone Fine I-II d.C. Parco Archeologico dell'Anfiteatro romano e Antiquarium "Alda Levi"
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Remo Bianco

Scultura calda circa 1970 Fondazione Remo Bianco
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Sopra un basamento ligneo si erge un busto marmoreo femminile. Collegato ad esso, un cavo con resistenza elettrica permette di scaldare la scultura fino ad arrivare a una temperatura vicina a quella corporea. La serie di Sculture calde è realizzata da Remo Bianco a partire dalla seconda metà degli anni '60 e si collega alla sua ricerca sull'Arte Sovrastrutturale, in cui la Sovrastruttura è l’aggiunta di un segno caratteristico dell’artista a un oggetto qualsiasi o, meglio, a una serie di oggetti diversi che li unifica e li fa diventare uguali o partecipi di una vicenda estranea alla loro natura. Questo segno può essere visibile ma anche farsi trasparente e impalpabile, come nel caso del calore: “ho pensato a come poteva essere bella, divertente una scultura, un nudo, per esempio, caldo. Ma a parte la piacevolezza, la gradevolezza termica, c’era proprio la sovrastruttura; il caldo era una sovrastruttura, per cui tutte queste sculture prese da modelli di varie epoche con questo caldo venivano unificate da una sovrastruttura nuova, diventavano una cosa nuova, una cosa mia”. Con queste parole Remo Bianco svela il meccanismo di appropriazione di un oggetto già esistente e la sua trasformazione in una creazione dell’artista. La figura femminile, assurgendo a simbolo universale di opera d'arte, è quindi per Bianco un archetipo di cui egli, in quanto artista, desidera essere l'artefice ma che allo stesso tempo, in quanto uomo, sogna di umanizzare e possedere.

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Felice Casorati

Due donne 1944 Museo della Permanente - Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente
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La Permanente dedica al tema della donna nell’arte una qua- dreria di undici opere incentrate sulla ritrattistica femminile. Al centro della quadreria si trova il dipinto che fa da immagine guida: “Due donne” di Felice Casorati, realizzato nel 1944 dal grande pittore piemontese, uno dei più importanti artisti ita- liani del Novecento. L’opera, esposta alla Permanente in oc- casione della Biennale del 1953, ottenne il Premio acquisto Antonio Feltrinelli, entrando così a far parte della collezione d’arte del museo. Si tratta di un poetico e malinconico ritrat- to di due enigmatiche figure femminili con il capo reclinato e gli occhi chiusi, che sembrano specchiarsi l’una nell’altra, in un’atmosfera rarefatta, basata su una gamma cromatica essenziale e su un gioco di simmetrie attentamente calibra- te. È un’opera rappresentativa della pittura di Casorati alla metà degli anni ‘40: un dipinto realizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, che lascia emergere un senso di profonda vulnerabilità e sofferenza, lontano da tanti ritratti femminili dipinti nei decenni precedenti. Accanto all’opera di Casorati, altri dieci dipinti raccontano, attraverso alcune tappe signifi- cative, l’evoluzione della ritrattistica femminile nel corso del- la prima metà del Novecento, partendo da Gola e Alciati, eredi della pittura di fine Ottocento, sino alle diverse declinazioni della figurazione alla metà del secolo, da Penagini, a Funi, ad altri protagonisti della pittura italiana dell’epoca.

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