Ritratto della danzatrice Aida Accolla
Francesco Messina
1968
terracotta policroma
«Sono proprio fortunato», dice Francesco Messina «con queste modelle eccezionali si fa presto a fare un buon lavoro». Le modelle sono le danzatrici della Scala. Nelle ore libere Carla Fracci e Aida Accolla vanno a posare per lui. Dalla Scala all’Accademia di Brera, dove Messina ha lo studio, non ci sono che tre quattrocento metri. «Sono così belle, così plastiche nei loro movimenti che, a vederle, mi viene la tentazione di danzare con loro un pas de deux nel mio studio». Tutti sappiamo che nella sua vita Messina ha creato dei colossi. La Santa Caterina da Siena issata su uno spalto di Castel Sant’Angelo è alta tre metri e mezzo. La Minerva piantata a Pavia vicino al Ticino misura sette metri. Il Cavallo morente che sorge davanti alla sede romana della Rai è alto più di quattro metri e lungo cinque e mezzo. Per farlo passare sotto i ponti dell’autostrada hanno dovuto tagliargli la coda. Invece le danzatrici sono piuttosto piccole. Certe figurette non superano i quaranta, cinquanta centimetri. I busti sono in grandezza naturale. La loro freschezza è straordinaria. Delle prime dice: «È un divertimento, le faccio in un’ora». I volti, naturalmente, lo impegnano di più. Si tratta di una ricerca espressiva che si vale della materia plastica ma anche del colore. («Mi nascono nella mente come marmi o come bronzi, come terrecotte o legni, secondo i casi»). Il colore accentua la loro espressività. Così, con i suoi pennellini, Messina aggiunge alla materia un elemento diverso. Questa coloritura rientra nell’antica tradizione italiana: è un mezzo per raggiungere il massimo dell’espressività. Ma poiché viviamo in tempi di mistero, i mezzi di cui si vale Messina servono a dare un senso lirico ai suoi volti: «Quello che le mie modelle hanno dentro di sé, io devo riportarlo alla luce, danzatrici e no». Poi aggiunge: «Fin da ragazzo ho seguito con passione gli spettacoli di danza. Mi incantavano le forme e la grazia dei movimenti. Sapevo tutto, l’arabesque, le flessioni, le piroette, li ho quasi tutti nella mente. Adesso ho ripreso questi soggetti perché mi riportano indietro agli incanti giovanili. In mezzo a queste creature straordinarie, che ho la fortuna di avere come modelle, torno giovane anch’io».
(a cura di Liana Bortolon, Le donne di Messina, in “Epoca” 1970)
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